Hanno un’età compresa tra i 18 e i 60 anni, provengono da ogni strato sociale e da ogni zona del mondo, ma hanno almeno una cosa in comune: sono disabili e hanno subito violenza. Che l’affettività dei portatori di handicap, almeno in Italia, fosse una terra inesplorata si sapeva già. Ma se dei passi avanti sono stati fatti per quanto riguarda la sfera sessuale, nel rimosso collettivo pare rimasto impigliato un fenomeno inquietante: una peculiare forma di abuso domestico che travalica i rapporti di genere; e che le operatrici del consultorio “Il Fiore di loto” di Torino - tra i pochissimi in Italia ad essere attrezzati per le donne con disabilità. Da loro è partito l’impulso per una ricerca che la facoltà di Psicologia dell’Università di Torino sta conducendo su un campione di quasi 200 persone disabili, egualmente divise tra uomini e donne: lo scopo è conoscere la diffusione sul territorio italiano di una forma di violenza “che consiste soprattutto nel negare le cure essenziali alla persona disabile con cui si condivide il tetto - spiega la dottoressa Giada Morandi, psicologa nell’ambulatorio - e che viene agìta tanto dal coniuge o convivente, quanto dai parenti o da coloro che vengono generalmente definiti caregiver”. A fronte di 4mila persone disabili contattate, 190 hanno finora accettato di sottoporsi al questionario. Secondo il professor Claudio Longobardi, docente di Maltrattamento e abuso intra-familiare che sta guidando l’equipe di ricerca, “stando a quanto finora raccolto, ci si aspetta che il fenomeno emerga, seppur con molti impedimenti e con risultati apparentemente trascurabili; risultati che in realtà potrebbero invece mettere in luce quanto questa forma di abuso sia presente anche in contesti urbani, vicini alla vita di ciascuno di noi". Come per i casi di violenza domestica, sia i ricercatori che le operatrici dello sportello hanno riscontrato un’evidente tendenza a rispondere con reticenza, o in maniera incompleta, alle domande su eventuali episodi di abuso, seppur nell’anonimato o in un contesto protetto. Sarebbe questo, finora, il più grande impedimento allo studio approfondito di un fenomeno “che probabilmente - spiega Longobardi - è destinato, almeno per il momento, a restare in gran parte celato”.
(Fonte: tratto dall'articolo)